martedì 1 dicembre 2009

Maggiorenni senza te


Il 24 novembre scorso ricorreva il 18° anniversario della morte per Aids di Freddie Mercury. Ho deciso di ricordarlo oggi, in occasione della Giornata mondiale contro il morbo, di cui sono vittime soprattutto i Paesi poveri e molti giovani, anche italiani, a causa di politiche governative e clericali cieche e ottuse.




Vitalità? Tanta. Frenesia? Ancor di più. Innocenza? Forse. Ma un'innocenza ambigua, sfuggente e arcana come il San Giovanni di Leonardo. Quindi, magari, in ultima analisi. Non tanto innocente. Ma nel contempo bella, forte, barocca, icona dei nostri tempi sommossi. Eccessiva, sicuramente. Eri tu, Freddie, quello delle tutine sgargianti, perché così mi apparisti, in un televisore ancora in bianco e nero, malgrado fossi l'emblema dei colori. Colori forti, senza contrasti, aggressivi, perché simbolo di un'età svagheggiante, neopagana e divertita. Un uomo sexy, finalmente, che non temeva la fisicità; e che del suo corpo aveva fatto il veicolo per trasmettere, semplicemente, gioia e piacere. Dicevi che i Queen erano i Cecil B. De Mille del rock, per me eravate il liberty eclettico d'una stagione dove queste commistioni erano possibili. Dove il cielo sembrava raggiungibile, anzi, si era steso sulla terra con la sua fantasmagoria di astri. E noi potevamo srotolarci sopra, allegri e spensierati.

Il messaggero degli dèi, col suo agglomerato di citazioni (allucinazioni?) pittoriche, letterarie, cinematografiche e più smaccatamente pop (News of the world, che contrasto: nome d'una rivista e livida copertina alla Fritz Lang!), aveva in realtà un compito prometeico: portare il fuoco agli uomini. Tu ce ne hai regalato veramente tanto. Lo hai reso vulnerabile, e noi fiammanti. Eri inglese? Armeno? Persiano? Rock? Disco? Classico? Cristiano o zoroastriano? Etero o gay? Oh, che noia, avresti tagliato corto, e lo dicesti anche. "Definirmi? Tutti commenterebbero: pure Freddie che si dichiara, per avere un po' di titoli sui giornali". Eh no, malgrado tutto non eri proprio uomo da titoli urlati. Perché soffrivi il peso d'un universo rotante che contenevi tuo malgrado. Avevi tante cose da dire e da cantare ancora, è vero; ma chissà come ti saresti trovato qui e ora, in questi anni, non più semplici ma facili, troppo cinici per la malizia e l'ambiguità. Forse, per te, non ci sarebbe stato più spazio. Non è tempo d'artisti, questo.Ma, sparendo, ci hai costretti a un risveglio penoso. Siamo stati obbligati a crescere senza il tuo aiuto. Senza la tua compagnia, i tuoi giochi. Che, come tutti i giochi, sottendevano un cupo rimpianto. Una tragica melodia. Ma di piccole, carnali tragedie è trapunto il cammino umano. Rimasti così, in preda a fantasmi amorfi, diventati adulti senza esser stati grandi, ci siamo sentiti privare dell'aria. Come bimbi in un campo giochi vuoto. In periferie grigie della nostra debole fantasia. Però la tua musica, quella è rimasta, quella c'infonde ancora rabbia, e voglia di mandare al diavolo l'ingiustizia che ti ha strappato a noi. L'ingiustizia, l'ingiustizia. Questo sentimento è ancora, pertinace, uno sguardo oltre la periferia, oltre il vuoto di quel campo. E' un grido di riappropriazione. Tu eri eccezionale, insostituibile. Ma ci hai insegnato che ciascuno di noi può esserlo, e rinunciare a questa speranza, allora sì, sarebbe tradirti e dimenticarti per sempre.






lunedì 30 novembre 2009

Una domanda a Pier Luigi Celli

Leggo che il prof. Pier Luigi Celli, rettore della Luiss ed ex-direttore generale della Rai, esorta il figlio appena laureato a fuggire dall'Italia. Quest'ultima, riflette amaramente lo studioso, è diventata il ricettacolo della mediocrità, della turpitudine, del trionfo dei mediocri e degli opachi sul merito e il diritto. Il Paese dove un tronista sarà un uomo di successo, dove una velina potrà aspirare a una brillante carriera in Parlamento, mentre un professionista onesto sarà costretto nelle umilianti retrovie dell'esistenza (ammesso, aggiungiamo noi, che trovi un posto di lavoro). Il Paese dove gli evasori fiscali diventano dei benemeriti, mentre chi rispetta la legge non è che un povero fesso. Il Paese dell'egotismo sfrenato, della violenza, della mancanza di senso civico, dell'ignoranza o, forse - che è ben peggio - dell'incultura. Verrebbe quasi da chiedere dove stia la novità. "Ahi serva Italia, di dolore ostello" esclamava già Dante, che non pare fosse molto soddisfatto di come andavano le cose anche ai suoi tempi.

Il prof. Celli ha probabilmente scoperto di avere un Presidente del Consiglio alquanto smagato, secondo cui non i mafiosi, ma chi scrive di mafia diffama il Paese. Si è reso conto che in tutta Italia dilaga la protesta degli operai rimasti disoccupati, o in procinto di diventarlo (e sovente caricati dalla polizia, come negli anni peggiori della nostra storia). Ha sentito che qualche capoccia del governo vorrebbe la cassa integrazione dimezzata per gli immigrati; sono gli stessi, peraltro, che difendono il Crocifisso (di legno) come "simbolo dell'identità nazionale ed europea" e non si fanno scrupolo d'indire l'operazione "White Christmas", che prevede la pulizia etnica di tutti gli immigrati senza permesso di soggiorno da un ridente (?) paesino del bresciano in occasione del Natale bianco (nel senso ariano), biondo, occidentale, borghese. Perché il Natale, osserva l'assessore Abiendi del paesino sunnominato, non è mica la festa dell'accoglienza. Figuriamoci. E' la festa della Tradizione Cristiana.

E' la stessa incultura, miserabile pur se alimentata nella ricca provincia, secondo cui "rom significa criminale", ad atterrire il mite cattedratico.

Che fare, dunque? Fuggire, andarsene. Figlio mio, questo Paese non ti merita. Nemmeno Dante, meritava. A maggior ragione - con tutto il rispetto - il figlio del rettore della Luiss.

Un piccolo particolare sfugge al professore. Che tutto quanto sopra elencato, e anche di più, altre persone, altri suoi connazionali, lo sanno già da molto tempo. E, oso dire, anche da prima di lui. E lo sa sicuramente quell'insegnante elementare di Milano, che ospita in casa l'alunna rom sgomberata dal Comune della sua città tra gli applausi dei "cristianissimi" cittadini e assessori. Lo sanno, lo hanno imparato sulla loro pelle, gli sventurati familiari degli sventuratissimi Stefano Cucchi e Giuseppe Saladino, uccisi dal carcere, scaraventati con violenza nel XVII secolo, ben prima dell'istituzione dell'habeas corpus.

Lo sa chi si vede privare, ogni giorno, dei servizi pubblici essenziali, dalla sanità all'acqua pubblica.

In tanti lo sanno. Lo sappiamo. Però restiamo qui.

Il prof. Celli sgrana i suoi desolati e borghesissimi lai, ben sapendo che può permetterselo. Può permettersi il lusso di denunciare l'incultura delle raccomandazioni, e nel frattempo comprare un costosissimo biglietto per l'estero al diligente figliolo, il quale - c'è da giurarci - ha già un posto assicurato in un'azienda che saprà valorizzare i suoi talenti.

E noi, invece, prof. Celli? Noi per cui quel biglietto resterà una chimera, noi costretti a restare emigrati in patria, noi che abbiamo conseguito una laurea con lo stesso impegno e la stessa motivazione di suo figlio, ma che non ci chiamiamo Celli, che in questa valle di lacrime dobbiamo rimanere, noi cos'avremo in cambio? La sua commiserazione? O, più verosimilmente, la stessa replica riservataci da quei cinici, mediocri, opachi che lei stigmatizza, vale a dire "peggio per te, arrangiati, potevi nascer ricco"?

Ma sa un'altra cosa, prof. Celli? Noi non solo non possiamo andarcene; non lo vogliamo nemmeno. Perché questo non è solo il Paese "di dolore ostel". E' anche il nostro Paese, è il Paese che sappiamo esser meraviglioso, irripetibile, splendido, popolato da gente splendida.

Gente che nemmeno lei conosce, che non le è mai interessato conoscere. Gente che non affolla i reality show, ma neanche i salotti alla moda. Gente che scrive, spesso bene, molto spesso assai meglio delle prestigiose firme pubblicate dai grandi media. Gente cui pure voi avete chiuso le porte in faccia. Gente comune. Che non significa ordinaria.

Lei conosce la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza? No, che non la conosce. Benché, ora, molti siano costretti ad accorgersi di noi. Dal Teatro Strehler alla Palestina, attraversando l'India e le due Coree, abbiamo incontrato altre persone "comuni" come noi. Comuni, quindi pubbliche, quindi che non avevano nulla da nascondere né da tutelare, ma proponevano soltanto sé stesse. Unite da un anelito commosso di pace, di umanità, di quel senso civico e di quel rispetto da lei tanto invocati. Struggenti e presenti.

Fugga pure, prof. Celli. Fugga col suo figliolo. Lei è in grado di concedersi anche questo lusso. Noi restiamo, professore. Anche perché lei non ha nulla da risponderci. E della sua sazietà disperata, non sappiamo cosa farcene. E' perniciosa. Noi, gente comune, siamo concreti. Domani si lavora. Fin quando si lavora. Le chiacchiere, le lasciamo ai don Ferrante. La nostra vita è una sola, e non siamo qui per ammazzare il tempo.

mercoledì 25 novembre 2009

Video-sciopero!

Senza tv dalle 20.30 alle 22.30. E' questa la piccola, ma significativa sfida lanciata da un gruppo di donne di Facebook per protestare "contro una programmazione che ci umilia e ci offende".

Non è un grosso sacrificio, almeno per me, che la tv la seguo (iperbole) ormai in orari improbabili, e spesso solo per conciliare il sonno. Fra l'altro, stasera sono fuori casa. Di sicuro, togliere una fetta considerevole di audience ai vari grandifratelli-vespi-chiambretti-preserali in cui si mostrano glutei a volontà anche se si parla di abbecedari, qualche effetto può sortirlo. Il Mercato se ne strabatte della dignità umana, di quella femminile in particolare, ma è molto sensibile agli ascolti televisivi, che si traducono in investimenti e, quindi, in lauti guadagni.

Le donne si destreggiano nei campi più disparati, dall'economia alla medicina, dalla cultura allo sport, ma i mass-media italici continuano a proporci il modello della escort (prostituta) idiota e compiacente al maschio. Di recente, un satrapo africano in visita capitolina ha preteso e ottenuto che a seguire le sue lezioni di alta teologia presenziassero solo hostess alte un metro e settanta, bionde, con tacco di almeno 7 o 8 centimetri. Le altre a casa, relegate nell'ignoranza pagana.

A Mindanao, nel sud delle Filippine, si sta perpetrando la più sanguinosa strage degli ultimi tempi. Si stima che le vittime (non pochi i membri delle organizzazioni umanitarie) delle faide politiche tra gruppi nemici siano una sessantina; rapite e decapitate. Alle donne, comunque, è stata riservata la sorte peggiore: stuprate prima di essere uccise.

Giorni fa, sette allieve hanno prestato giuramento per la prima volta all'Accademia militare della Nunziatella, a Napoli. Ex allievi le hanno accolte con una salva di fischi. "Mica siamo maschilisti", si sono giustificati, "vogliamo solo salvare le tradizioni". Certo, questi le donne non vogliono ammazzarle, si limitano a chiedere, anzi a pretendere, che se ne stiano a casa, zitte e buone e sottomesse. Che facciano le femmine, insomma. E nessuno le molesterà, salvo il Capo di casa per "correggerle".
L'ha riconosciuto lo stesso presidente Napolitano: 140 milioni di donne sono vittime di abusi e violenze. Si tratta d'una vera emergenza.
Dell'analisi sociologica della crisi del maschio comincio ad averne piene le tasche. Anche perché, da come ci trattano, sono millenni che stanno in crisi. Adesso, poi, hanno tracimato. Ebbene, sono stanca di comprendere. E sono stanca pure di prenderle. Si mettano in testa, gli uomini, che la tradizione non è immutabile, che sono esseri umani e non dèi, e che, soprattutto, al mondo esistono altri esseri umani con pari dignità. E non hanno bisogno che venga loro graziosamente concessa.






venerdì 20 novembre 2009

Ovunque

La Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza è tornata a Milano per la terza volta. E per un appuntamento irrinunciabile.

Giorgio Schultze e i nostri amici partecipano infatti a Science for Peace, la grandiosa iniziativa lanciata dalla Fondazione Veronesi (sostenitrice della Marcia) per contribuire alla diffusione d'una cultura della pace e della non-violenza anche tra gli scienziati e i giovani.

Si tratta d'un'altra tappa nell'ormai planetario percorso che ha portato la Marcia da Firenze al Marocco, dall'Umbria al Togo passando per Ravenna, Berlino, Roma e i più reconditi anfratti del nostro piccolo, grande pianeta. Vediamone alcuni.


La Marcia manifesta al vertice Fao contro la fame nel mondo. Mentre i cosiddetti Grandi hanno scandalosamente disertato l'appuntamento, i rappresentanti "ufficiali" delle nazioni interessate hanno concluso l'incontro con un nulla di fatto, non stanziando nemmeno un centesimo a favore dei Paesi affamati (per salvare alcune banche furono trovati in un battibaleno 2000 miliardi di euro). "Si celebra la giornata per i diritti dell'infanzia - hanno denunciato i marciatori - e si permette che ogni secondo un bimbo muoia per denutrizione, dedicandogli al massimo una vaga dichiarazione di buona volontà che non si capisce quanto lo possa sfamare".

Silo, fondatore del Movimento umanista e ispiratore della Marcia Mondiale, espone il suo programma al summit dei premi Nobel di Berlino, nell'anniversario della caduta del Muro. La traduzione italiana del discorso si trova a questo link.


Sempre a Berlino, i marciatori incontrano Wim Wenders e Annie Lennox, convinti fans della Marcia.


La Marcia Mondiale incontra le istituzioni: l'on. Cossutta, Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, e il presidente della Camera Fini.


“Molte grazie. Che Dio vi benedica tutti”. Con queste parole Benedetto XVI ha accettato il regalo (le opere complete di Silo) consegnatogli dalla delegazione della Marcia nella persona di Montserrat Prieto Rodriguez.


Gli umanisti ravennati festeggiano in modo alquanto originale il passaggio della Marcia. Un modo, fra l'altro, per dimostrare l'importanza dell'acqua, la nostra vita, la nostra origine.


Grazie della vostra speranza.

giovedì 19 novembre 2009

A secco

Il mio blog somiglia sempre più a un bollettino di guerra. La prima a dispiacersene è la sottoscritta.

Quanto amerei occuparmi di racconti, poesie, piccole realtà quotidiane.

Invece, no: senza volerlo, i blogger sono diventati uno degli ultimi avamposti della democrazia in pericolo. Per questo tentano in ogni modo di zittirci.

Mi ritrovo, all'alba del 2010, a dover difendere diritti umani basilari, a ripetere verità un tempo scontate, a ribadire concetti ovvi, che si credevano assimilati.

Padre Zanotelli denuncia da sempre i pericoli della privatizzazione dell'acqua.

Ieri, l'ultima vergogna. L'ho saputo con più dolore (e rabbia, tanta rabbia) che meraviglia: con l'ennesimo ricorso al voto di fiducia, Berlusconi e la Lega hanno approvato l'art.15 del ddl Ronchi 135/09 che svenderà l'acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso, agli interessi di Confindustria e delle grandi multinazionali (cfr. il testo dell'obbrobio). La scelta della destra di privatizzare l'acqua, oltre ad essere sbagliata e pericolosa in quanto fa diventare un bene essenziale e comune a tutti i cittadini un privilegio e profitto per pochi, è anche in controtendenza rispetto alle decisioni di altri Paesi che, in precedenza, avevano optato per la privatizzazione e sono poi tornati sui propri passi.

Il Dio Mercato mostra, ogni giorno di più, il suo vero aspetto: quello di una dittatura non solo economica, ma anche e soprattutto politica, irriformabile e irrimediabile. Le prime conseguenze di questa logica perversa verranno pagate dai cittadini e dai lavoratori, attraverso l'aumento delle tariffe e la diminuzione delle manutenzioni, degli investimenti e dell'occupazione.

In Bolivia, giunsero a privatizzare anche l'acqua piovana. In seguito, scoppiò la rivoluzione.

Oggi, a Roma, il Forum dei Movimenti per l'acqua sarà ancora (ore 11.00) in piazza Montecitorio. E invita a una mailbombing su tutti i deputati. A Milano gli umanisti, assieme ad altre associazioni, si ritroveranno alle 16.30 in piazza Scala, per il primo presidio post-privatizzazione. Ma, ovviamente, stiamo solo contandoci. Chi comanda farebbe bene a ricordare che verrà un giorno, quando i ricchi sono troppo ricchi, in cui il disgusto li travolgerà, peggio del fango sporco e venefico che ci hanno lasciato in cambio di quest'ennesimo, infame ladrocinio. Eh sì, perché "privato" è participio passato di "privare". Cioè, togliere. Cioè, rubare.


FIRMA L’APPELLO ON-LINE: CAMPAGNA NAZIONALE “SALVA L’ACQUA”






sabato 14 novembre 2009

Crocifisso e poveri cristi

Poveri cristi, minuscoli e con la minuscola, sono le nuove vittime di quell'indecenza ribattezzata con svergognato eufemismo "processo breve". Pugno di ferro contro costoro, contro gli immigrati clandestini la cui condizione è equiparata ipso facto alla delinquenza; e, per salvare uno solo, via libera ai responsabili della tragedia della Thyssen-Krupp e ai signori come Fazio, Tanzi, Brega-Massone. I primi tre rimandano a vicende efferate ancora ben impresse nella mente degli italiani; il quarto, forse era pure riuscito nell'intento di farsi scordare. E allora riconsegniamogli la "meritata" notorietà: il suo cognome è legato alla clinica Santa Rita di Milano, e chissà che questa povera canonizzata non rievochi qualcosa in più. I parenti delle vittime, altri poveri cristi dalla memoria tragicamente lunga, ringrazieranno. Ma ai poveri cristi è riservato sempre lo stesso ruolo: quello dei "pauvres chrétiens", poveri cretini. Non c'hanno i soldi? Peggio per loro.

Poveri cristi sono i cassintegrati e i licenziati cui nessuno bada. Irrisi con la corona di spine dell'indifferenza e, addirittura, dell'inesistenza; di loro non si parla, anzi, la crisi sarebbe addirittura finita: la loro vita, quindi, non è. "Nell'area dove lavoro - mi scrive un'amica di Sesto San Giovanni - ci sono lavoratori fuori dai cancelli in continuazione, gente che aspetta gli stipendi da mesi... come se fossero fatti d'aria". "Fatti d'aria", un'immagine potentissima proprio per il suo evocare l'inconsistenza; eppure l'aria è presente, l'aria fluttua nell'aria, cova, scalcia, strepita, grida. L'aria può esplodere. E, concretissimamente, distruggere tutto. Guai a chi uccide l'aria.

E tentano di uccidere l'aria quando quest'ultima si fa colore, lampo. Le squadracce fasciste che organizzano raid punitivi contro i manifestanti dell'Ex-Eutelia non sono teppisti isolati, ma rappresentano, sempre più, la tragica normalità. Anche nel 1919 i ras locali, capitanati dal giovane Benito, andavano all'assalto di sindacati, operai e contadini, col beneplacito degli industriali del tempo e il tacito assenso delle autorità, politiche e religiose: i principi dei nuovi farisei. E, come allora, i poveri cristi erano costretti al silenzio.

Poveri cristi sono i precari della scuola che, giunti laceri alla soglia dei cinquant'anni, mai potranno sperare in un posto fisso. Assieme a loro, altrettanto poveri, gli ex-studenti del liceo serale Gandhi, ai quali, più che agli altri, la cultura serve come il pane; il pane quotidiano. Ma meglio tacitarlo, questi bisogno; renderlo inesistente, aria. Himmler, il teorico dell'ignoranza scientifica, aveva ben chiaro questo concetto, già settant'anni fa: "Per me, basta che la gente sappia contare fino a cento".

Poveri cristi sono i giovani e i senza diritti, come denunciano don Ciotti e don Andrea Gallo. Già altrove scrissi che la nostra società esalta astrattamente la gioventù (esiste anche un Ministero apposito) ma annichilisce i giovani; spezzandone i sogni, decurtando loro le future pensioni, costringendoli a navigare a vista nel mare fangoso d'una quotidianità avvilente, consci che nulla potrà cambiare, che la parola futuro è loro preclusa. Gli immigrati, degradati a non-persone, vengono evocati a mo' di spauracchio in un'altra categoria di individui: i nemici, in genere, si ignora se oggetti o bestie, o qualche indistinta entità, ma comunque fuori dell'umano consesso.

Povera crista è quella che don Bottoni chiama democrazia in agonia, picconata dalle leggi ad personam e da aggressioni di cui Salvatore Borsellino tratteggia un quadro inquietante. Le cronache dovrebbero esserne piene. Ma ben altri, invece, sono gli argomenti gridati quotidianamente dai media. Parola d'ordine, la mancanza di parola. Abbiamo letto le dichiarazioni di mons. Crociata, secondo cui "i mafiosi non possono appartenere alla Chiesa". Bene, sembrerebbe una tautologia, di fatto però non lo è, quindi accogliamole con piacere, benché assai intempestive. Peccato che poi si precisi che proclamare la scomunica per i mafiosi è "inutile, perché un mafioso si colloca già fuori della Chiesa". In teoria, solo in teoria. Infatti la scomunica "automatica", sempre scrupolosamente attuata, e sonoramente ribadita, nel caso di aborto, per i mafiosi non scatta affatto, se un vescovo non la applica. E certuni evitano di farlo. Mons. Bregantini, da due anni "promosso" a Campobasso, quando si trovava a Locri era uno di quei prelati coraggiosi che scomunicavano gli "uomini d'onore" (...). Il card. Sepe, di Napoli, ha appena vietato ai suoi preti di celebrare le esequie religiose per i padrini, in quanto "peccatori impenitenti". Ma quanti ne abbiamo visti, di questi ultimi, a fianco dei religiosi nella processione per il santo patrono? Quanti mandanti di stragi sanguinarie hanno giurato e spergiurato sulla Bibbia?

Poveri cristi sono i milioni di morte per fame, un record negativo mai toccato da settant'anni a questa parte. Si sostiene che la speranza può arrivare dalle donne. Ma le donne sono le povere criste per eccellenza.

Marinella, infatti, è stata violentata da bambina; bambina lo è ancora. E' accaduto in Italia, ad opera di italiani. Il suo paese e il "primo cittadino" (Pd), però difendono gli stupratori. D'altra parte, una donna non è nemmeno degna di rappresentarlo, il crocifisso; per la sua stessa natura, peccaminosa e imperfetta, ne è esclusa. Qualcuno di voi ancora ricorderà la querelle sulla crocifissa di Milano, lo scorso anno. Il manifesto venne poi censurato perché il corpo femminile, esclusivamente materiale e inferiore, non poteva in nessun modo raffigurare "il" Cristo. Solo, appunto, "le" povere criste, che non commuovono nessuno.

Ma in questi giorni le cronache, a malincuore, straripano di colui che è diventato, suo malgrado, il povero cristo per eccellenza: e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Stefano Cucchi aveva gli occhi persi e fragili fin dall'inizio. Vagolava impercettibile, confuso tra mille altre anime, lontano dal tramestio di qualunque riflettore. Stefano era uno sconfitto in partenza; un martire per caso, come il nome che fatalmente gli era piombato addosso quel giorno, all'anagrafe. Non desiderava testimoniare niente, e le fotografie che ce lo restituiscono ora, col volto tumefatto poco prima di abbandonare per sempre quella periferia d'esistenza da qualcuno chiamata vita, ci raccontano d'un uomo spaurito, indifeso, svaporante in un labirinto incomprensibile. Che ci faccio qui?, sembrava chiedersi. Già: che ci faceva lì? E soprattutto: perché in quel modo? Perché lo si è dato per vinto a 31 anni? Perché lo si è ucciso, ben prima che il suo corpo divenisse la sagoma legnosa che ormai tutti conosciamo, per nulla diversa, tranne che nel colore, dalle salme dei deportati di Auschwitz?

Perché Stefano era, appunto, un povero cristo. La cui appartenenza al genere umano non era per nulla scontata, anzi. Stefano era altro: un drogato, un anoressico, un sieropositivo. Altro. Fatalmente, per forza, nell'ordine delle cose, poteva finire solo così. Perché stupirsene? Il ministro Giovanardi riteneva la sua fine normale, è probabile si sia pure stupito di tanto clamore. Poi Giovanardi ha chiesto scusa (in parte). Un sussulto di pietà in un mondo che ha perso l'elementare percezione delle nostre comuni radici. Oggi, quando si parla di radici, non è per unire, ma per separare. Le radici cristiane tanto invocate da Giovanardi a tutela della nostra tradizione gli hanno impedito di vedere in Stefano il volto di quel (povero) Cristo davanti alle cui immagini (in gesso) piamente s'inchina. E l'hanno reso dimentico del fatto che il primo santo della Chiesa, quella Chiesa che tanto gli starebbe a cuore, era un altro povero cristo più disgraziato di Cristo: era un ladro; una nullità, uno sconfitto anche lui. Spazzatura umana, decretano gli americani in questi casi.

Eppure, mai come ora quel corpo infimo, quel rifiuto senza storia, quell'inesistenza così anonima secondo Giovanardi, mai come ora quel silenzio è possente, carnale, vivido. Adesso Stefano finalmente parla e accusa, senza odio, col suo semplice nome. E costringe anche chi voleva silenziarlo a occuparsi di lui. E' stato percosso e umiliato, testimonia un suo compagno di sventure, un nero, un vinto anche lui, che però no, ora "non vuole più tacere". E si scoprono, vieppiù, tanti altri Stefani, tanti altri anonimi confinati nell'anonimato: come quel Giuseppe Saladino defunto a Parma in circostanze oscure. Coetaneo di Stefano, coetaneo di un povero cristo che si credette Cristo duemila anni fa.

I poveri cristi non possono essere oscurati dal crocifisso in legno, o gesso. Per me, quindi, la falsa polemica di questi giorni sarebbe chiusa, anzi, non avrebbe nemmeno dovuto esser aperta. D'altro lato, a parte i già menzionati Ciotti e Gallo, sono stati più esaustivi di me, pur nella diversità di pensiero, Aurelio Mancuso, don Farinella e, soprattutto, Marco Travaglio, nel cui intervento m'identifico del tutto. Riguardo alla famiglia "offesa" dalla presenza della suppellettile, e ai "laici razionalisti libertari" che ne lodano il "coraggio" (naturalmente in Italia, al sicuro e al calduccio) non occorrerebbe spendere neppure una parola, se non fosse per precisare che i fondamentalisti, da qualsiasi parte arrivino, non mi garbano. Li invito a rileggere, anzi a leggere Pasolini in proposito, e per me è chiusa qui.

Qualche parola in più la spendo, invece, dopo aver assistito, su YouTube, alla sarabanda del quartetto Santanché-Sgarbi-Meluzzi-Parietti, con la complicità compiaciuta della conduttrice Barbara D'Urso, andata in onda domenica scorsa durante il contenitore per famiglie (!) Domenica Cinque. Anch'essa, come la puntata sullo stupro di Marinella, trasmessa in fascia protetta, in orario di massimo ascolto e alla presenza di bambini.

Il video, certo, si commenta, o dovrebbe commentarsi, da sé, anche perché sia la D'Urso sia gli autori del programma sia i protagonisti di quell'immonda canea hanno artatamente omesso di puntualizzare che, nella diatriba sul crocifisso, i musulmani non c'entrano nulla. La Corte europea ne ha ordinato la rimozione non per loro, che venerano Gesù come profeta dell'Islam, pur giudicando un falso la sua crocifissione; ma per venire incontro alle rimostranze d'una laicissima e perseguitatissima famiglia italo-finlandese, sdegnata dalla presenza di "quell'acrobata sulle pareti" (è uno dei commenti che mi è toccato leggere da parte di uno dei "voltairiani" assertore della "causa"). In effetti qualche parola conviene spenderla, specie dopo aver passato in rassegna - schifati - le "osservazioni" di alcuni utenti. E allora ripenso a Pasolini, un laico autentico (e, per questo, religiosissimo), totalmente alieno dalla parodia dei "razionalisti libertari" alla pastasciutta dei nostri giorni. Rammento le sue pagine sull'arte medievale e rinascimentale, il suo Vangelo secondo Matteo. Il suo Usignolo della Chiesa cattolica, le ultime, terribili pagine sulla Fine della Chiesa nell'incompiuto Petrolio. Quanto ci manca, un empirista eretico sano come lui.

E Pier Paolo l'aveva già individuato, quello scadimento della religione da cultura a tradizione (oggi diremmo: radici cristiane), che inevitabilmente rivelava l'anima pagana del popolo italiano. Oggi un'animatrice del Billionaire, fascista dichiarata, rappresentante d'una formazione politica apertamente antisemita, la paladina delle donne che milita in una combriccola di machisti fin nelle ossa, gorgheggia su "Maometto pedofilo" precisando, per rimarcare la differenza, che "per la NOSTRA cultura questo è inammissibile". E il Meluzzi, il filosofo berlusconiano del Vangelo secondo don Gelmini, assente rumorosamente col capoccione squassato dai lunghi capelli, "che Gesù non era palestinese ma ebreo, e Paolo un cittadino romano". Testuale!

E sì che anche gli idioti peggiori dovrebbero saperlo: a forza di decontestualizzuazioni e anacronismi, si rischia grosso. Tralasciamo pure Maria di Nazareth, la madre di Gesù, sposa a 14 anni. La Bibbia, di cui è innervata la NOSTRA cultura, mette in piazza sacrifici umani dei propri figli (Isacco), patriarchi incestuosi (Lot che giace con le proprie figlie per garantire la continuità della specie dopo la distruzione di Sodoma), lapidazioni d'adultere, roghi di streghe e maghi, ostracismo dei lebbrosi (trattati peggio dei cani rognosi e costretti a munirsi d'un campanello ogni qual volta si avvicinavano a un villaggio abitato, per annunciare la loro orribile presenza), sterminio di omosessuali, schiavismo, legge del taglione, imposizione del velo e del silenzio alle donne (proprio il "romano" Paolo). Eccetera eccetera per quasi settantasette libri.



Cristiani, ebrei e musulmani nel grembo dell'unico Dio, miniatura del XII sec. (Istanbul, museo Topkapi).



La Billionairina ne è all'oscuro, per il semplice e banale motivo che l'unico testo sacro esistente a casa sua è il catalogo delle protesi di chirurgia estetica. Il filosofo secondo don Gelmini pure, perché lui è convinto che gli ebrei provengano da Alzate Brianza e i palestinesi, invece, appartengano a un'"altra razza"; quanto a Paolo, nato Saul in quel di Tarso, autodefinitosi "ebreo per nascita e, per cultura, fariseo", credete che tutto questo importi? Non siamo più nel campo della cultura; qui, veramente, siamo nello sterco, ma i Meluzzi e le Billionairine crescono e prosperano proprio nel pantano dell'ignoranza, delle radici marce, di tradizione e distinzione senza passato e prive di futuro.

"L'uomo di Nazareth, Gesù il crocifisso, è figlio integro di una cultura e di una civiltà non occidentale, - ricorda don Farinella - Ebreo, figlio di madre ebrea, cresciuto nella dimensione civile palestinese [checché spiaccia a Meluzzi] e nella cultura semitica del suo popolo, egli è latore di una cultura palestinese-semitica che ancora oggi possiamo assaporare negli scritti del NT. Molti difensori d'ufficio del crocifisso, politici e anche cristiani, se prendessero consapevolezza della ebraicità di Gesù, lo crocifiggerebbero per la seconda volta su una croce più alta e più sicura della prima" (il grassetto è mio).

Il messaggio di Gesù è, al tempo stesso, specifico e universale; in una parola, umano. Nel senso pieno. Per i "laici razionalisti" come per i devoti della triade "Silicone, Fascio e Billionaire", resta una pietra d'inciampo e mai una testata d'angolo, di cui sbarazzarsi o da usare come arma contundente in nome di radici, identità, tradizione e carote varie.



"Gli idoli delle genti sono argento e oro,/opera delle mani dell'uomo" (Bibbia, salmo 114-115).






martedì 10 novembre 2009

Coraggio, idee!

La Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza è partita, come ognun sa, il 2 ottobre scorso dalla Nuova Zelanda e non si è più fermata: dall'India alla Turchia, dal Pakistan a Sarajevo, da Israele e Palestina, alla Cina e perfino sull'Everest, il punto più vicino al cielo (foto a lato), i marciatori hanno continuato, anche fra mille insidie, a portare il loro messaggio, rivoluzionario, perché opposto alle logiche di questo mondo.

Pochi giorni fa, raggiungendo Trieste, la Marcia ha raggiunto l'Italia; e, dopo esser passata per Vicenza, oggi arriva a Milano e, contemporaneamente, in altre tre importanti città (Torino, Genova, Bologna); giovedì prossimo sarà la volta di Roma. Avanzano tra le macerie d'un mondo in fumo, nelle nostre implosioni quotidiane. Ne abbiamo bisogno. Anche perché molti di noi ignorano che, in Iraq, ci siamo andati per l'Eni; e per l'Eni, mica per le missioni di pace (ossimoro) i nostri soldati sono morti, incensati dalla retorica militarista anche pochi giorni or sono, in occasione della festa delle Farse Armate.

Giovedì 12 novembre ci attende un altro importante appuntamento: e, pur se la manifestazione nazionale si svolgerà a Roma (piazza Montecitorio), anche in altre città, tra cui Milano, sono previsti incontri e mobilitazioni. Per cosa? Per l'acqua pubblica; perché, mentre il Paese viene drogato con canizze indecenti sull'opportunità di mantenere il crocifisso nelle scuole (per la cronaca, io che insegno da quasi 20 anni non ho mai visto l'ombra di quell'arredo nelle numerose aule nelle quali mi sono trovata...), il governo si appresta a convertire in legge il ddl 135/09 che sottrae ai cittadini l'acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso, per consegnarlo, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati e per le Banche (cfr. anche la vibrata denuncia di p. Zanotelli).

Il giorno dopo, venerdì 13, è un po', permettetemelo, anche il mio giorno. Bresso accoglie la staffetta nazionale contro la violenza sulle donne (la giornata mondiale ricorre il 25 p.v.). L'anfora, simbolo dell'evento, verrà passata alle 17.30 come testimone e anche la sottoscritta contribuirà a portarla fino alla Sala consiliare (Piazza Martiri della Libertà), accolta da rappresentanti istituzionali e della splendida società civile del territorio. Ben 19 differenti associazioni, tra cui ovviamente la Marcia Mondiale che io rappresenterò, hanno ufficialmente aderito e leggeranno un proprio messaggio sulla tematica. Chiedo anzi che le mie lettrici e lettori lascino anch'essi il loro messaggio, tra i commenti. Io stessa lo leggerò di fronte alle autorità cittadine.

Accompagnata da una fiaccolata e dalla Banda degli Ottoni a scoppio, l'anfora raggiungerà poi il Centro Civico “S. Pertini” , in via Bologna 38. Alle 19.15, sempre al Centro Civico, spettacolo teatrale I panni sporchi... li lava la vicina!, scritto e interpretato dal Laboratorio cre-attivo di Cre-Azione Donne (prima nazionale). Lo spettacolo, che vedrà in scena ben 15 attrici e attori, affronterà il drammatico tema della violenza familiare con un sorriso. Seguirà. alle 20.15, un happy hour gratuito offerto dall'Amministrazione Comunale. Nell'atrio del Centro sarà presente la mostra Noi ci siamo e ci mettiamo la faccia! Donne del Nord Milano testimonial contro il femminicidio. Sei mesi di fotografie alle cittadine del Nord Milano: un ritratto collettivo di noi, tutte unite per dire "No al femminicidio". A coloro che interverranno verrà regalato il libretto informativo Donne a voce alta - edizione 2009.

E' finita? No: alle ore 21 assisteremo a un concerto gospel del coro al femminile (25 elementi tra cantanti e musiciste!) delle SingLes. Dai brani gospel più classici a divertenti riproposizioni di famosi temi musicali.

Ti aspettiamo, con amiche e amici.